GAIA, appuntamento con la storia

Ha avuto avvio alle ore 10.12 del 19 dicembre la missione GAIA dell’Agenzia Spaziale Europea. Il lancio del satellite è avvenuto dalla base europea di Kourou (Guiana Francese) con il vettore Soyuz-Fregat. Lo scopo della missione è molto ambizioso: produrre una mappa tridimensionale della nostra Galassia, rivoluzionando con dati senza precedenti il mosaico di informazioni sui processi che ne hanno caratterizzato la formazione e l’evoluzione. Nei 5 anni di missione previsti, Gaia studierà oltre un miliardo di oggetti presenti nella Via Lattea, fornendo misure di posizioni, distanze e movimenti (astrometria), intensità della radiazione emessa (fotometria) e infine le caratteristiche della radiazione emessa alle varie lunghezze d’onda (spettroscopia). Ma Gaia si spingerà anche oltre, approfondendo la conoscenza della popolazione di asteroidi e, quindi, le origini del nostro Sistema Solare, ricercando la presenza di pianeti in orbita intorno ad altre stelle e studiando le nane brune e altri fenomeni astrofisici quali supernovae e quasar. “Il lancio di GAIA è un nuovo grande successo per la scienza dell’ESA. L’obiettivo è – sottolinea il presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana, Enrico Saggese – quello di fare precise e dettagliate osservazioni stereoscopiche di oltre un miliardo di oggetti che fanno parte della nostra Galassia. Dai dati provenienti dai telescopi di Gaia ci aspettiamo, quindi, risultati di particolare rilievo nel campo dell’astrometria, notevolmente migliori rispetto ai risultati ottenuti dal satellite Hipparcos. Questa missione, come quelle passate, presenti e future, vede molta Italia impegnata in prima persona, grazie al contributo dell’ industria e della ricerca che si svolge nel nostro Paese”. “La missione GAIA – dice Giovanni Bignami Presidente dell’INAF – testimonia l’eccellenza nell’astrofisica del nostro paese. Sono ben 8 gli istituti e gli osservatori dell’INAF che contribuiranno al successo della missione a cui si aggiunge l’ASI Data Center (ASDC) dove operano ricercatori INAF e ASI.  Un’eccellenza che ci viene riconosciuta nei consessi internazionali grazie anche al contributo di tanti giovani ricercatori che meritano di poter svolgere il loro lavoro senza dover abbandonare il proprio paese”. “Per la prima volta potremo misurare direzioni e distanze su scala galattica, dice Mario Lattanzi dell’INAF – Osservatorio Astrofisico di Torino e responsabile del gruppo di coordinamento italiano. È come quando i cartografi hanno disegnato le prime mappe per guidare i capitani delle navi. Gaia misurerà 2 miliardi di stelle e tutti gli oggetti cosmici che riuscirà a raggiungere con telescopi e sensori. In cinque anni avremo la più grande mappa celeste mai realizzata”. Si può dire, e con ragione, che l’Italia sia la capofila di questa missione, che come ha sottolineato il direttore dell’INAF – Osservatorio Astrofisico di Torino, Alessandro Capetti, ci riserverà scoperte inaspettate.
di Francesco Rea (INAF)

Al via la missione GAIA

È prevista per il 19 Dicembre alle 10:12 (ora italiana) l’inizio della missione GAIA dell’Agenzia Spaziale Europea. Il lancio del satellite avverrà dalla base europea di Kourou (Guiana Francese) con il vettore Soyuz-Fregat. Lo scopo della missione è molto ambizioso: produrre una mappa tridimensionale della nostra Galassia, rivoluzionando con dati senza precedenti il mosaico di informazioni sui processi che ne hanno caratterizzato la formazione e l’evoluzione. Nei 5 anni di missione previsti, Gaia studierà oltre un miliardo di oggetti presenti nella Via Lattea, fornendo misure di posizioni, distanze e movimenti (astrometria), intensità della radiazione emessa (fotometria) e infine le caratteristiche della radiazione emessa alle varie lunghezze d’onda (spettroscopia). Ma Gaia si spingerà anche oltre, approfondendo la conoscenza della popolazione di asteroidi e, quindi, le origini del nostro Sistema Solare, ricercando la presenza di pianeti in orbita intorno ad altre stelle e studiando le nane brune e altri fenomeni astrofisici quali supernovae e quasar. L’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) insieme ad ASI eALTEC, organizza un evento a Torino per la diretta del lancio, con una tavola rotonda che vedrà partecipare diversi protagonisti della missione, per parte italiana, condotta da Piero Bianucci. L’evento, che prevede anche un “annullo” speciale per l’occasione e la proiezione, in prima assoluta, di un motion comics dedicato alla missione realizzato dalla Maga animation studioss in collaborazione con l’INAF-Osservatorio Astrofisico di Torino, sarà trasmetto in diretta streaming sul sito Media INAF. Molti gli istituti e gli osservatori coinvolti nella missione, come è indicato nella mappa in alto a sinistra.
Redazione Media Inaf

Le potenzialità di GAIA

Nel tentativo di dare una risposta a una delle domande fondamentali del genere umano “Siamo soli nell’universo?” le stelle a noi più vicine, entro un centinaio di anni luce dal Sole, rappresentano il campione più ovvio e immediato da analizzare. Il campo interdisciplinare dei pianeti extrasolari, sempre più in rapida espansione, ha registrato recentemente un aumento di interesse nello studio riguardante le stelle di piccola massa, chiamate comunemente stelle nane M, oltre alla ricerca di stelle simili al Sole. Le stelle nane M sono stelle di sequenza principale. Sono cioè oggetti che si trovano nella fase evolutiva più lunga e stabile bruciando tranquillamente l’idrogeno nelle loro regioni centrali, con temperature superficiali inferiori a quelle del Sole.
La ricerca di pianeti attorno a tali stelle “fredde” è estremamente interessante in quanto sono le più comuni nella nostra Galassia e sono anche le più frequenti nei dintorni del Sole. Determinare accuratamente le frequenze di pianeti attorno a queste stelle ha profonde implicazioni per le teorie di formazione ed evoluzione dei sistemi planetari.
E’ stato in questi giorni accettato dal Monthly Notices of the Royal Astronomical Society – MNRAS per la pubblicazione, un articolo che vede coinvolti diversi ricercatori INAF sui risultati ottenuti con un dettagliato esperimento numerico atto a stimare le potenzialità della missione Gaia, in partenza il 20 novembre prossimo, nel rilevare e caratterizzare pianeti giganti attorno a stelle nane M che si trovano entro 100 anni luce dal Sole. Gaia, missione spaziale di punta dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA), effettuerà misure di posizione (astrometriche) di elevatissima precisione (100 volte meglio di quelle ottenute dal satellite Hipparcos). Grazie a queste misure sarà possibile rivelare piccole deviazioni periodiche nel moto stellare dovute alla perturbazione gravitazionale indotta dalla presenza di pianeti attorno alla stella madre.
Le estrapolazioni compiute sui conteggi stellari di nane M entro 300 anni luce dal Sole permettono di fare l’ipotesi che Gaia potrà rilevare oltre 2 000 nuovi pianeti giganti attorno a stelle di piccola massa; ottenere valori accurati della massa e dei parametri dell’orbita per circa 500 sistemi planetari con periodo orbitale tra 0,2 e 6 anni. La dimensione del campione permetterà di porre dei limiti molto stringenti sulle frequenze planetarie attorno a stelle nane M.
Abbiamo chiesto ad Alessandro Sozzetti dell’INAF Osservatorio Astrofisico di Torino, primo autore dell’ articolo, già impegnato in altri progetti riguardanti la caratterizzazione dei sistemi planetari, quale sarà il valore aggiunto di Gaia in questo campo:
I risultati astrometrici ricavati da Gaia saranno complementari a quelli ottenuti con lo spettrografo HARPS-N installato sul Telescopio Nazionale Galileo (TNG) alle Isole Canarie, dato che si tratta di osservazioni sullo stesso campione di stelleNell’ambito, per esempio, del progetto INAF GAPS (Global Architecture of Planetary Systems) le osservazioni diHARPS-N@TNG saranno un elemento di fondamentale sinergia con i dati prossimi futuri di Gaia per una comprensione globale dell’architettura di questi sistemi planetari”.
Sozzetti aggiunge che Gaia osserverà per cinque anni le regioni esterne dei sistemi planetari alla ricerca di pianeti giganti (300 masse terrestri) con orbite entro le 5 UA (ovvero fino a 10 anni di periodo), quindi oggetti lontani dalla stella madre, con periodi orbitali fino al doppio della durata della missione. Il programma GAPS con HARPS-N produrrà invece informazioni sui pianeti di piccola massa (Nettuni e Super-terre con 10-20 masse terrestri) entro 1 AU (ovvero periodi orbitali inferiori a 1 anno).
“La tecnica delle velocità radiali con HARPS-N@TNG e quella astrometrica con Gaia sono estremamentecomplementari”, continua Sozzetti. “Sotto questo punto di vista il campione di nane M in comune tra i due programmi sarà dunque caratterizzato con un’accuratezza senza precedenti: Gaia individuerà tutti i pianeti gioviani su orbite di lungo periodo (dove è massima la sua sensibilità), mentre HARPS-N troverà pianeti di piccola massa nelle regioni interne (dove è massima la sua sensibilità). In tal modo si potranno identificare sistemi con l’architettura analoga a quella del nostro Sistema Solare”. 
Insomma, grandi speranze per questa missione e comunque sempre tanto lavoro da fare per gli astronomi impegnati in questo giovane e affascinante ramo dell’Astrofisica. Troveremo altre terre? Il nostro Sistema Solare è una regola o un’eccezione?
di Caterina Boccato (INAF)
In collaborazione con Sabrina Masiero (GAPS member)
Sozzetti et al., Astrometric Detection of Giant Planets Around Nearby M Dwarfs: The Gaia Potential
La missione GAIA

Progettare viaggi interstellari

Se noi esseri umani non rincorressimo idee ambiziose, anche quelle tanto ambiziose da sembrare folli, non saremmo qui oggi. Di sicuro, l’esplorazione dello spazio non sarebbe mai nemmeno cominciata. Quindi perché non cominciare a ragionare seriamente sull’ipotesi, per quanto remota, di un viaggio interstellare che un giorno porti la nostra specie ben oltre i confini del sistema solare? É quello che ha fatto la conferenza Starship Congress, che tra il 15 e il 18 agosto ha riunito a Dallas astronomi, ingegneri spaziali, economisti, antropologi accomunati dal sogno del viaggio interstellare. Quattro giorni di tavole rotonde e conferenze organizzate da Icarus Interstellar, una organizzazione di ricerca no profit la cui missione è rendere possibile il viaggio interstellare entro il 2100. Quattro giorni che sono giunti a una conclusione pressoché unanime: per quanto grandi siano gli ostacoli tecnici, la specie umana deve sviluppare sul lungo periodo la capacità di effettuare viaggi interstellari, se vuole realizzare pienamente il suo potenziale. E se vuole mettersi al sicuro dal rischio di una sua estinzione, che fatalmente diverrà sempre più grande di generazione in generazione.
La Terra, tanto per cominciare, è esposta costantemente al rischio di un impatto catastrofico con un asteroide. Gli astronomi che li studiano sono oggi in grado di dirci con sufficiente sicurezza che nessuno di dimensioni preoccupanti ci colpirà nel prossimo secolo. Ma questo può bastare sì e no a tranquillizzare noi, i nostri figli e forse i nostri nipoti. Dopodiché, i nostri eredi dovranno incrociare le dite o sperare che nel frattempo qualcuno abbia creato per tempo un sistema anti meteorite. Senza contare che il nostro pianeta ha comunque una data di scadenza, per quanto lontana, legata alla fine della nostra stella tra qualche miliardo di anni.
Ben prima di allora, come hanno evidenziato due speaker alla conferenza i futurologi Heath Rezabek e Nick Nielsen, l’umanità corre il rischio di sfruttare fino all’esaurimento le risorse del pianeta Terra e andare incontro nella migliore delle ipotesi a una “stagnazione” che porterà a un costante peggioramento delle condizioni di vita delle future generazioni di esseri umani nel corso dei secoli e dei millenni.
Che fare allora? Realizzare un viaggio interstellare, che sia con un veicolo autonomo o con una vera e propria corazzata stellare che trasporti un’intera popolazione umana verso altri mondi da colonizzare, richiederebbe il lavoro di più generazioni attraverso almeno un secolo se non di più. Un po’ come la costruzione delle grandi cattedrali nel passato: chi le progettava e chi posava le prime pietre non aveva alcuna speranza di vederle finite, ma trasmetteva alle generazioni successive le competenze necessarie e la visione da cui nasceva il progetto. Come giustificare oggi un’impresa del genere, di fronte alla crisi economico-finanziaria del mondo occidentale e di fronte agli enormi problemi che ancora pesano su gran parte dell’umanità, a cominciare da povertà, denutrizione e malattie? Non sarebbe meglio affrontare prima quei problemi? I partecipanti alla conferenza se lo sono chiesto, ma come spesso avviene quando si parla dell’impresa spaziale, hanno risposto che la domanda è mal posta. Semplicemente iniziare a lavorare su un progetto del genere costringerebbe a sperimentare e sviluppare nuove tecnologie (dall’energia alla medicina alla conservazione dei cibi) che avrebbero comunque un impatto immediato sull’economia terrestre e sul miglioramento complessivo delle condizioni di vita, qualcosa che una tecnologia concentrata su obiettivi a breve termine non potrebbe mai ottenere.
Certo, i problemi sono enormi. Sistemi di propulsione, di terraforming, di produzione di energia…tutti temi ampiamente trattati a Dallas. Ma prima ancora, servirebbe un sistema economico diverso, in grado di procurare le enormi risorse finanziarie necessarie a sostenere un programma di ricerca e sviluppo della durata di diversi decenni. Come ha spiegato l’economista Armen Papazian, “l’infrastruttura economico-finanziaria del mondo crea un collo di bottiglia evolutivo” per la nostra specie. Il “classico” sistema dell’acquisto del debito pubblico degli Stati da parte di investitori e risparmiatori non potrebbe mai finanziare un’impresa di questo tipo. Qualche speranza può venire dai progetti di sfruttamento minerario degli asteroidi, che rappresenterebbe una fonte extra di ricchezza per la nostra specie.
In ogni caso, molti speaker alla conferenza si sono detti d’accordo che la chiave per arrivare ai viaggi interstellari sia trasformare prima il Sistema solare in una risorsa da sfruttare. Per estrarre materiali e fonti di energia da altri pianeti, per costruire avamposti verso obiettivi più lontani, per testare sistemi di propulsione e atterraggio che potrebbero un giorno portare i nostri discendenti su mondi abitabili, o per capire come renderli abitabili.
Sembra folle? A molti probabilmente sì, ma non sembrava altrettanto folle andare sulla Luna solo qualche decennio prima? Di certo la conferenza di Dallas ha mostrato che c’è una comunità scientifica e tecnica che prende molto sul serio l’idea del viaggio interstellare, e che non vede l’ora di iniziare a lavorarci. Anche se i frutti del lavoro, nella migliore delle ipotesi, li vedrebbero solo i loro pronipoti.
di Nicola Nosengo (INAF)

Addio Signora delle stelle

E’ morta Margherita Hack, la scienziata italiana considerata un’icona e un riferimento dell’astrofisica mondiale. Nata a Firenze il 12 giugno 1922, la Hack è stata una delle menti più brillanti della comunità scientifica italiana. Prima donna a dirigere un osservatorio astronomico in Italia, Hack ha svolto un’importante attività di divulgazione e ha dato un considerevole contributo alla ricerca per lo studio e la classificazione spettrale di molte categorie di stelle. La scienziata era membro dell’Accademia dei Lincei, dell’Unione Internazionale Astronomi e della Royal Astronomical Society. Nata da padre protestante e madre cattolica, Margherita Hack si laurea nel 1945, con una tesi di astrofisica relativa a una ricerca sulle cefeidi, una classe di stelle variabili. Il lavoro viene condotto presso l’Osservatorio astronomico di Arcetri, luogo presso il quale inizia a occuparsi di spettroscopia stellare, che diventerà il suo principale campo di ricerca. Enorme lo sviluppo delle attività didattiche e di ricerca che Margherita Hack ha promosso all’università di Trieste, dove ha dato vita nel 1980 a un “Istituto di Astronomia” che è stato poi sostituito nel 1985 da un “Dipartimento di Astronomia”, che la scienziata ha diretto fino al 1990. Dal 1982 Margherita Hack ha inoltre curato una stretta collaborazione con la sezione astrofisica della ‘Scuola internazionale superiore di studi avanzati’ (Sissa). La scienziata, inoltre, ha alternato la stesura di testi scientifici universitari, alla scrittura di testi a carattere divulgativo. Il trattato “Stellar Spectroscopy”, scritto a Berkeley nel 1959 assieme a Otto Struve (1897-1963) è considerato ancora oggi un testo fondamentale. Nel tempo Margherita Hack ha collaborato con numerosi giornali e periodici specializzati, fondando nel 1978 la rivista “L’Astronomia” di cui è stata a lungo direttore. Nel 1980 ha ricevuto il premio “Accademia dei Lincei” e nel 1987 il premio “Cultura della Presidenza del Consiglio”.
Così ricorda la scienziata Giovanni Bignami, Presidente dell’Istituto Nazionale di Astrofisica: “Ho visto Margherita un anno fa, a Trieste, in occasione del suo 90esimo compleanno. Come sempre, sono stato colpito dall’energia che continuava a trasmettere insieme alla passione per la scienza e non solo. Margherita è stata una pioniera della divulgazione della scienza presso il grande pubblico, e tutta l’astronomia italiana le deve moltissimo. L’Istituto Nazionale di Astrofisica, del quale fa parte quell’Osservatorio Astronomico di Trieste che Margherita ha diretto per tanti anni, manterrà vivo il suo insegnamento. Istituiremo sicuramente un premio e borse di studio per valorizzare il contributo dei giovani sia nell’ambito scientifico sia divulgativo, il binomio che ha contrassegnato la sua esistenza insieme alle battaglie politiche e a quelle in difesa delle donne”.
Stefano Borgani, direttore dell’INAF-Osservatorio Astronomico di Trieste, ricorda il legame tra la scienziata e  la struttura di ricerca di cui è stata a lungo alla guida: “Margherita Hack è stata Direttore dell’Osservatorio Astronomico di Trieste dal 1964 al 1987. Durante questo lungo periodo ha trasformato questo Osservatorio da un piccolo Istituto “di provincia” ad un Istituto esposto alla ricerca astronomica internazionale ed ai grandi progetti di punta. Credo che il miglior modo di ricordarla sia prendendo su tutti noi dell’Osservatorio di Trieste la responsabilità di portare avanti il suo insegnamento, la sua lezione di rettitudine morale, la sua inflessibile onesta’ intellettuale e passione per la ricerca.Margherita Hack era Professore Emerito dell’Universita’ di Trieste, Accademica dei Lincei. Era stata inoltre insignita in occasione del suo 90° compleanno della Gran Croce del Merito della Repubblica Italiana dal Presidente Giorgio Napolitano”.
L’ultimo ricovero di Margherita Hack era stato tenuto segreto per volontà della stessa scienziata, che ha lasciato anche espressa indicazione di essere sepolta nel cimitero di Trieste senza alcuna funzione né rito ma con una cerimonia esclusivamente privata. Le persone che le sono state vicine fino alla fine hanno riferito che per rispettare le sue volontà non saranno resi noti né giorno né orario della sepoltura.
Addio Margherita, con i tuoi libri mi hai insegnato tante cose; ti ho ammirato moltissimo e sono orgogliosa di vivere nella città dove tu sei nata. Una Stella per Amica

Herschel è andato in pensione

Sembrava non voler andare più in pensione il caro vecchio Herschel, l’osservatorio spaziale dell’ESA che ha terminato ufficialmente le scorte di elio liquido lo scorso 29 aprile, ma che ha continuato i suoi test tecnici in orbita fino a ieri, spegnendosi definitivamente dopo 1496 giorni di onorato servizio. Addio all’”archeologo del cosmo” costato un miliardo di euro e che nei suoi quattro anni di attività ha scoperto i segreti della nascita delle stelle, trovato le molecole di ossigeno nello spazio e dimostrato che la maggior parte dell’acqua sulla Terra potrebbe essere arrivata dalle comete. Da aprile, il satellite era ormai “cieco”, avendo esaurito tutti i 2300 litri di elio superfluido che raffreddavano la strumentazione fino a temperature vicino allo zero assoluto. Anche se la missione ufficialmente era terminata, Herschel non ha smesso, in questo mese e mezzo, di fornire dati interessanti ai ricercatori dell’ESA alla sua guida. Gli ingegneri del Centro europeo per le operazioni spaziali (European Space Operations Centre -ESOC) in Germania hanno avuto la rara opportunità di effettuare esperimenti di manovre orbitali di solito impossibili su un satellite ancora funzionante. L’ultimo comando è stato dato ieri alle 12:25 per portare il satellite in un’orbita sicura attorno al Sole (più lontano dalla Terra rispetto all’orbita attorno al punto L2 dove si trovava finora) e spegnere definitivamente tutti i suoi strumenti. Lanciato il 14 maggio 2009 insieme al satellite Planck, il telescopio spaziale dell’Agenzia Spaziale Europea ha avuto un importante contributo da parte dell’Italia, con Agenzia Spaziale Italiana (Asi), Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf) e con l’industria, con Thales Alenia Space. Heschel è stato il più grande telescopio spaziale mai costruito, con lo specchio da 3,5 metri progettato per guardare l’universo nel lontano infrarosso. ”La fine dell’attività scientifica di Herschel ci ha messo a disposizione un veicolo sofisticato che ci ha permesso di condurre test tecnologici e di validare tecniche”, ha osservato il responsabile delle operazioni di Herschel presso le European Science Operation Center (ESOC) dell’ESA, Micha Schmidt. Ad esempio, Herschel ha permesso di condurre alcuni esperimenti utili in vista delle missioni ExoMars ed Euclid. Per questo ”Herschel non è stata solo un’importante missione di successo, ma è stata anche una piattaforma per diversi test, utili per migliorare la robustezza e la flessibilità delle nostre future missioni”, ha detto Paolo Ferri, capo delle operazioni della missione all’ESA.

Per saperne di più:

di Eleonora Ferroni (INAF)

Il carteggio Schiaparelli

Le lettere su Marte scambiate con Camille Flammarion e Percivall Lowell, quella con cui Vincenzo Cerulli ‘interpreta’ i canali sul Pianeta rosso, le comunicazioni di Quintino Sella con il risultato delle votazioni al Parlamento italiano per l’acquisto dei due telescopi di Merz, le lunghe disquisizioni di padre Angelo Secchi a proposito delle stelle cadenti. Ma anche la corrispondenza di Schiaparelli con i genitori Caterina e Antonino quando, giovane studente a Torino, ha bisogno di legna, di camicie pulite e di scarpe nuove. Sono circa 20.000 le lettere ricevute e spedite da Giovanni Virginio Schiaparelli, uno dei maggiori astronomi italiani, direttore dell’Osservatorio di Brera dal 1862 al 1900, conservate presso l’Archivio storico dell’Osservatorio di Brera. Di questo materiale è in corso la schedatura analitica in modo da rendere disponibile agli studiosi l’intera “mappa” del carteggio. Il database del carteggio Schiaparelli, attualmente ricco di circa 13.500 record ed in costante aggiornamento,  è da oggi interrogabile attraverso il portale Polvere di Stelle curato dal Servizio Biblioteche ed Archivi storici dell’INAF e dedicato alla valorizzazione degli archivi storici degli Osservatori astronomici italiani e del Dipartimento di Astronomia dell’Università di Bologna. “L’idea di fornire uno strumento archivistico per accedere al mare magnum del carteggio Schiaparelli – dice Agnese Mandrino, dell’INAF-Osservatorio Astronomico di Brera, responsabile dell’intervento – è nata nel 2005, ma ha avuto un impulso nel 2010, in occasione della celebrazione del centenario della morte di Schiaparelli. Le richieste degli studiosi erano moltissime e ci è parso giusto permettere loro di  navigare in autonomia tra rapporti professioniali, familiari e istituzionali dell’astronomo. Vorrei sottolineare che la schedatura dei carteggi degli astronomi è un’operazione di notevole impegno e rilevanza scientifica: qui in Italia ricordo che sono stati schedati analiticamente i nuclei epistolari di Antonio e Giorgio Abetti ad Arcetri e di Guido Horn d’Arturo a Bologna, mentre è di qualche settimana fa la presentazione del database della corrispondenza di Johannes Hevelius conservata all’Observatoire de Paris”. “La schedatura del carteggio Schiaparelli è solo l’ultima delle iniziative che il Servizio Biblioteche ed Archivi storici dell’INAF mette a disposizione degli studiosi” sottolinea Antonella Gasperini, dell’Osservatorio Astrofisico di Arcetri dell’INAF, responsabile del Servizio. Naturalmente l’intento del Servizio è quello di proseguire nei riordini archivistici, per continuare ad offrire nuove fonti per la ricerca storica e per valorizzare un patrimonio unico al mondo.” E proprio sul tema della conservazione e valorizzazione del vastissimo e preziosissimo patrimonio storico è dedicato uno dei due mini workshop che si terranno in occasione del 57° Congresso della Società Astronomica Italiana, in programma a Bologna dal 7 al 10 maggio prossimi.

Per saperne di più:

Redazione Media Inaf

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