Caccia grossa nel cielo di Kepler

Poi dicono che è importante sapersi riciclare… Giusto, ma come ti ricicli quando ti trovi magari a qualche decina di milioni di km dalla Terra e un tuo componente fondamentale va fuori uso, com’è accaduto tre anni fa al cacciatore di esopianeti Kepler della NASA? Occorre molta creatività, un ottimismo incrollabile e ingegno come se piovesse. In compenso, i risultati possono premiare ampiamente lo sforzo. È quanto sta accadendo con la missione K2, la cosiddetta second light: un riadattamento in corsa degli obiettivi e della strategia osservativa originale di Kepler che sta dando grandi soddisfazioni. Ultima in ordine di tempo, in uscita su Astrophysical Journal Supplement Series, la scoperta di oltre cento nuovi pianeti. È andata così. Kepler (o meglio, K2 appunto), non potendo più concentrarsi esclusivamente sul suo bersaglio iniziale – ricerca di pianeti simili alla Terra, attorno a stelle simili al Sole, in una ben precisa fettina di cielo dell’emisfero nord – e non essendo più in grado di fare tutto da solo, ha ampliato il terreno di caccia e ha delegato ai telescopi terrestri alcuni compiti. Tipicamente, ciò che avviene è che, quando il telescopio spaziale NASA individua potenziali esopianeti, l’onere di caratterizzarli e di confermare che di veri pianeti si tratta viene delegato a telescopi terrestri. Ebbene, dei 197 mondi in sospeso finiti nel mirino di K2, 63 sono rimasti tali, 30 si sono rivelati falsi positivi ma ben 104 hanno ottenuto l’ambito bollino di pianeta extrasolare confermato. A conferirlo, dopo attento follow-up, una “squadra” che comprende quanto di meglio esista oggi sulla Terra per l’osservazione del cielo: i due gemelli da 10 metri dell’osservatorio del Keck, in cima al vulcano dormiente di Manua Kea (Hawaii), la coppia di occhi da oltre 8 metri di diametro ciascuno delGemini Observatory (uno anch’esso alle Hawaii, l’altro in Cile), il 2.4 metri robotico Automated Planet Finder, in California, ed LBT, il telescopio binoculare di Mount Graham, in Arizona, per un quarto di proprietà INAF. Fra i nuovi pianeti, quattro più degli altri suscitano curiosità: fanno parte dello stesso sistema planetario, hanno dimensioni paragonabili a quelle della Terra (dal 20 al 50 percento in più) e potrebbero essere – si attendono conferme – tutti e quattro rocciosi. Potrebbero anche essere adatti a ospitare la vita? Non si può escludere, dice il primo autore dello studio, Ian Crossfield, dell’università dell’Arizona. Benché orbitino a distanza molto ravvicinata rispetto alla stella madre, inferiore a quella che separa Mercurio dal Sole, la stella in questione è piccola e debole. Due dei quattro pianeti, in particolare, ricevono un flusso di radiazioni paragonabile a quello che il Sole riversa sulla Terra.
di Marco Malaspina (INAF)

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