Cometa scatenata: fuoco d’artificio da 67P

Sprizza ghiaccio e polvere la cometa, inondata dalla luce dal Sole. E sprizzano gioia ed entusiasmo le scienziate e gli scienziati degli strumenti a bordo di Rosetta, inondati a loro volta da una manna di dati come non avevano visto mai. In attesa del giro di boa del perielio (così si chiama il punto di minore distanza dal Sole), in calendario per giovedì 13 agosto, non c’era modo migliore per festeggiare un anno di strada insieme, percorso a braccetto per il Sistema solare dall’orbiter e dalla cometa. La sonda ESA raggiunse infatti la sua destinazione, entrando in orbita attorno a 67P, il 6 agosto 2014. E il 29 luglio scorso, dunque appena pochi giorni prima dell’anniversario, il calore del Sole ha “stappato la bottiglia” – o meglio, la cometa – spruzzando molecole d’ogni sorta sugli strumenti assetati di dati. Primo fra tutti GIADA (Grain Impact Analyser and Dust Accumulator), l’acchiappapolvere “made in Italy” di cui è responsabile Alessandra Rotundi, dell’Università Parthenope di Napoli e associata INAF, investito – circa 14 ore dopo l’avvistamento del getto da parte d’un altro strumento italiano, la camera OSIRIS – da un flusso di materiale che ha raggiunto il culmine il primo d’agosto: fino a 70 particelle in sole 4 ore. «GIADA ama i primi di agosto: la sua prima particella l’ha vista primo agosto del 2014, e ora questo dust party, un tripudio di polvere… è stata una bella emozione. Lo scorso anno perché era la sua prima particella. Ora le particelle raccolte sono circa duemila, quindi ci siamo ormai abituati, ma quando Vincenzo Della Corte (dell’INAF IAPS Roma, deputy PI di GIADA) mi ha annunciato del party era un momento di grande magra: Rosetta si trovava infatti da un paio di mesi in una zona adatta agli star tracker, e non agli strumenti per la polvere, che non vedevano quasi nulla ormai dai primi di giugno. Aspettiamo il primo agosto del 2016, a questo punto!», scherza Rotundi raggiunta da Media INAF. Ma a festeggiare sono in tanti, dicevamo. Torniamo dunque alle 15:24 ora italiana di mercoledì 29 luglio: è esattamente in quell’istante che la camera OSIRIS, da 186 km di distanza dalla superficie della cometa, ha scattato l’incredibile foto che vedete in apertura. Nel fotogramma immediatamente precedente, preso circa 18 minuti, di quel getto non vi era alcuna traccia. Idem o quasi per il successivo, preso 18 minuti dopo. Insomma, s’è trattato d’un evento breve e intenso, il più intenso fino a oggi registrato dalla sonda ESA. Evento che subito ha messo in fibrillazione l’intera suite di strumenti scientifici. Mentre GIADA s’apprestava a caratterizzare dal punto di vista fisico i grani di polvere, misurandone non solo la quantità ma anche la velocità (che da una media di 8 metri al secondo è salita fino a 20 m/s, con punte di 30 m/s), l’analisi delle variazioni chimiche del gas della chioma venivano prese in carico dallo spettrometro di massa di ROSINA. «Il primo rapido sguardo alle misure che abbiamo preso dopo il getto mostra qualcosa di affascinante», dice la responsabile di ROSINA Kathrin Altwegg, dell’Università di Berna, osservando come, rispetto alle misure effettuate due giorni prima, la quantità di anidride carbonica (CO2) sia raddoppiata, quella di metano (CH4) quadruplicata e quella di acido solfidrico (H2S) sia addirittura aumentata di sette volte. «Registriamo anche tracce di materiale organico pesante, che potrebbero essere correlate proprio al getto di polvere», aggiunge Altwegg, sottolineando quanto sia ancora prematuro poter farne risalire con certezza l’origine al sottosuolo della cometa. Una speranza comunque tutt’altro che campata in aria, quella d’aver messo finalmente le mani sul materiale interno di 67P. «Che le particelle provengano da zone più “fresche” della cometa è molto probabile. La cometa», spiega infatti Rotundi ricordando i risultati descritti nell’articolo a prima firma di Fabrizio Capaccioni, basato sui dati dello strumento VIRTIS, pubblicato a inizio anno su Science, «è ricoperta da una “crosta” composta prevalentemente da materiale organico, che rappresenta una sorta di isolante termico e uno strato protettivo per il materiale più interno. Man mano che la cometa si avvicina al Sole, la frammentazione della crosta è un fenomeno sempre più probabile, a causa dell’aumentare della temperatura e del riscaldamento subito dal materiale volatile sottostante. Potrebbe quindi essere stato un fenomeno di questo tipo che ha favorito l’insorgere dell’outburst e l’emissione di materiale sub-superficiale che GIADA è stata ben felice di “accogliere”». Infine, sorprese anche sul fonte dell’interazione con il vento solare, costantemente monitorata dal magnetometro di bordo dell’orbiter. «Il campo magnetico indotto del vento solare inizia ad accumularsi, come le auto in coda in un ingorgo del traffico, fino a bloccarsi del tutto nei pressi del nucleo della cometa, dando così origine, sul versante rivolto verso il Sole, a una regione priva di campo magnetico detta “cavita diamagnetica”» spiega Charlotte Götz dell’Istituto di Geofisica e Fisica extraterrestre a Braunschweig, in Germania. Ebbene, l’intensità del getto del 29 luglio scorso è stata tale da ampliare i confini di questa cavità fino a raggiungere, appunto, il magnetometro della sonda ESA, aumentandone dunque l’estensione ad almeno 186 km. «Imbattersi nel Sistema solare in una regione priva di campo magnetico è davvero difficile, ma in questo caso ci è stata servita su un piatto d’argento», commenta Götz. E in effetti, come ha notato il project scientist di Rosetta Matt Taylor, con questo spettacolare getto è come se la cometa avesse voluto in qualche modo aiutare la sonda che da un anno l’accompagna, e che da qualche settimana deve tenersi a distanza di sicurezza per l’attività in aumento, porgendole una preziosa manciata di materiale da analizzare. In attesa che l’arrivo al perielio renda, se possibile, quest’avventura che sembra non finire mai ancora più eccitante.
di Marco Malaspina (INAF)

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