Medusa, una vista che incanta

I suoi nomi scientifici sono diversi: Sharpless 2-274, Abell 21 o PN A66 2, ma questa splendida nebulosa planetaria è meglio conosciuta con il nome da una temibile creatura della mitologia greca: Medusa, la Gorgone. Ed è facile capire il perché. La Medusa è una creatura mostruosa, con serpenti al posto dei capelli. In questa nebulosa, che si trova in direzione della costellazione dei Gemelli, a circa 1500 anni luce da noi, i serpenti sono rappresentati dai sinuosi e fitti filamenti di gas incandescente che la compongono. Questo gas è stato rilasciato dalla stella al centro della nebulosa, giunta alla fine del suo ciclo evolutivo. L’immagine raccolta da un gruppo di astronomi con il telescopio VLT dell’ESO, la più dettagliata mai realizzata di questo oggetto celeste, mette in evidenza l’emissione rossastra dell’idrogeno e la più debole emissione verde dall’ossigeno gassoso, che si estende ben al di là dei limiti di questa ripresa, formando una mezzaluna in cielo. L’espulsione di massa dalle stelle in questo stadio della loro evoluzione è spesso intermittente, e ciò può produrre strutture affascinanti all’interno delle nebulose planetarie.

La spelndida immagine della nebulosa Medusa, la più dettagliata mai ottenuta, ripresa dal Telescopio VLT dell'ESO con lo strumento FORS. Crediti: ESO
Per decine di migliaia di anni i nuclei stellari delle nebulose planetarie restano circondati da queste spettacolari nubi colorate di gas . Per qualche altro migliaio di anni il gas si disperde lentamente nell’ambiente circostante. Questa è l’ultima fase di trasformazione di stelle come il Sole prima di terminare il loro ciclo evolutivo come nane bianche. L’accecante radiazione ultravioletta della stella caldissima al centro della nebulosa strappa gli elettroni agli atomi del gas che si muove verso l’esterno, lasciandosi dietro il gas ionizzato. I colori caratteristici di questo gas incandescente possono essere usati per identificare gli oggetti. In particolare, la presenza del bagliore verde dell’ossigeno doppiamente ionizzato ([OIII]) viene usata come mezzo per identificare le nebulose planetarie. Utilizzando i filtri adatti, gli astronomi possono isolare la radiazione del gas incandescente e far risaltare meglio le nebulose deboli su uno sfondo più scuro.
Redazione Media Inaf

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