Tempesta all’equinozio, infuria ogni 15 anni

Titano non smette di stupire. La grande luna di Saturno sarà anche il miglior candidato – dopo la Terra, ça va sans dire – a ospitare la vita nel Sistema solare, ma certo di normale ha ben poco: anche le cose in apparenza più familiari assumono lassù contorni da fantascienza. Prendiamo le colossali dune che ne solcano la superficie correndo parallele all’equatore. Alte fino a cento metri e lunghe decine di chilometri, a differenza di quelle sabbiose dei nostri deserti sono fatte, probabilmente, di polimeri idrocarburici: una sorta di fuliggine originata dalla decompressione del metano in atmosfera. Certo, sono anch’esse spazzate da venti di superficie, proprio come quelle della Terra. C’è però un problema, già sottolineato qualche mese fa da un altro articolo pubblicato su Nature: mentre questi venti – così dicono i modelli – soffiano verso ovest, stando alle osservazioni dell’orbiter Cassini le dune corrono nel verso opposto, puntando inequivocabilmente verso est.
Com’è possibile? Quale altra forza può aver loro impresso una così sorprendente contropiega? Le ipotesi non mancano, arrivando persino a evocare l’attrazione gravitazionale di Saturno. Finora, però, nessuna è risultata abbastanza convincente. Almeno non agli occhi del team guidato da Benjamin Charnay, della University of Washington (Seattle, USA), che ha appena pubblicato su Nature Geoscience i risultati di un nuovo modello stando al quale la risposta andrebbe, piuttosto, cercata in violente quanto rarissime tempeste di metano che si scatenano occasionalmente nell’alta atmosfera della luna, dunque a quota più elevata rispetto ai venti di superficie.
Violente, qui, va inteso in senso relativo: si tratterebbe infatti di “raffiche” di metano che sfiorano, quando va bene, i 10 metri al secondo. A malapena un innocuo refolo per chi è abituato alla bora triestina, con i loro 36 km/h queste correnti “titaniche” risultano comunque dieci volte più impetuose della dolce brezza che è solita accarezzare la superficie della luna.
Rare, invece, lo sono sul serio. Le tempeste d’alta quota si scatenano soltanto in occasione dell’equinozio, quando la notte e il dì hanno identica durata. Concomitanza che su Titano è una trentina di volte meno frequente di quanto non lo sia sul nostro pianeta: se sulla Terra avviene ad ogni inizio di primavera e d’autunno, là sulla luna di Saturno occorre attendere quasi 15 anni – 14.75, per l’esattezza – prima che si ripresenti.
Eppure, nonostante siano così sporadiche, la loro intensità è tale da innescare, stando al modello di Charnay, forti correnti discendenti che, giunte in superficie, spirano verso est. Le correnti sarebbero aiutate, in questo, da un altro curioso tratto di Titano: l’atmosfera super-rotante – ovvero, che ruota più veloce della superficie solida sottostante, caratteristica che la luna condivide con Venere. Riuscendo così a raggiungere una forza sufficiente a imprimere alle dune una piega in grado di resistere anche a distanza di anni, visto che l’ultimo equinozio si è verificato nel 2009 e loro sono ancora lì.
Arrivare a ricostruire questo complesso scenario, mettendo insieme indizio su indizio, è stato un lavoro da detective. Ora si tratta di metterlo alla prova. Ma come? L’ideale sarebbe sfruttare nuovamente Cassini per una campagna osservativa da condurre durante il prossimo equinozio, in programma per il 2023. Ma sarà già troppo tardi: la missione della sonda NASA/ESA/ASI giungerà infatti al capolinea nel 2017.
«Ma ci saranno altre missioni», promette Charnay, «perché ancora rimangono molti misteri da chiarire su Titano. Ancora non sappiamo come si sia formata la sua densa atmosfera d’azoto, da dove arrivi il metano o come si formi la sabbia della luna. E non è del tutto escluso», conclude ottimista, «che là possa esserci la vita, magari nel fondo dei suoi mari di metano».
di Marco Malaspina (INAF)

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