Mercurio? Le comete lo hanno fatto nero

Anche Mercurio usa un opacizzante. Non che abbia la pelle grassa, intendiamoci. Ma vicino al Sole com’è, se non adottasse alcun accorgimento, sai che effetto lucido? E invece guardatelo: il suo bel volto asciutto riflette persino meno di quello della Luna.
Qual è il suo segreto? È già da un po’ che gli astronomi se lo chiedono. Per la precisione, da quando la sonda MESSENGER della NASA, che gli orbita attorno dal 2011, analizzando lo spettro della luce riflessa dalla superficie del pianeta ha confermato l’assenza della riga d’assorbimento a 1 micron: quella caratteristica dei silicati che contengono ferro, presente nella radiazione infrarossa riflessa dalla Luna e dagli asteroidi. Se non c’è quella riga, sostengono i ricercatori, significa che sulla superficie di Mercurio l’ossido ferroso – presente nello strato di polvere nera che abbatte, appunto, la riflettanza della Luna – non supera il 2-3 percento. Troppo poco per giustificarne l’opacità.
E allora? Un “fondotinta opacizzante” alternativo per il volto di Mercurio potrebbe essere la polvere di cometa. O meglio, la polvere di carbonio – perlopiù sotto forma di grafite o amorfo, ma gli scienziati non escludono che almeno una frazione sia costituita da nanodiamanti – portata da micrometeoriti d’origine cometaria. Questa l’ipotesi esplorata e descritta sull’ultimo numero di Nature Geoscience da un team guidato da Megan Bruck Syal, ricercatrice al Lawrence Livermore National Laboratory (LLNL), in California.
Stando ai loro calcoli, il suolo di Mercurio contiene, per unità di superficie, una quantità di materiale ricco di carbonio circa 50 volte superiore a quella presente sul suolo lunare. Questo a causa degli impatti con le comete, ricche di carbonio e presenti in quantità inversamente proporzionale alla distanza dal Sole – dunque con una frequenza delle collisioni assai più elevata su Mercurio che sulla Luna. E ancor di più a seguito d’impatti con micrometeoriti, originati a volta in prevalenza dalle comete, come mostrano le analisi effettuate sui campioni raccolti sulla Terra, in particolare in Antartide. L’ipotesi è stata messa alla prova con una serie d’esperimenti di laboratorio nei quali, avvalendosi dell’Ames Vertical Gun Range della NASA, Syal e colleghi hanno riprodotto impatti a ipervelocità con micrometeoriti, ottenendo una colorazione della superficie di collisione analoga a quella del volto di Mercurio.
di Marco Malaspina (INAF)

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