Ecco come l’acqua ha plasmato Marte: i dati di Curiosity

Chi di noi non ha mai immaginato Marte come un pianeta arido e privo di vita? Ci siamo sbagliati, almeno sull’aridità. Mentre gruppi di ricercatori di tutto il mondo cercano ancora di capire se sul Pianeta Rosso ci sia mai stata unaqualche forma di vita microbiotica, gli scienziati non possono più ignorare le numerose prove della presenza di acqua sul quarto pianeta del Sistema solare. Nuove osservazioni del rover della NASA Curiosity indicano che il Monte Sharp (raggiunto la sera del 24 settembre scorso) sia formato dai sedimenti depositati nel letto di un grande lago nel corso di decine di milioni di anni. La montagna (alta 5,5 chilometri) si trova al centro del grande Cratere Gale, nel quale il gioiellino su ruote della NASA è arrivato il 6 agosto 2012. I dati raccolti dal rover indicano che il cratere, milioni di anni fa, fosse un gigantesco lago e da questa interpretazione i ricercatori ipotizzano che Marte abbia avuto, in un lontano passato, un clima mite adatto al mantenimento dell’acqua allo stato liquido in numerosi bacini e fiumi sparsi per il pianeta. Nel corso degli anni di missione, rocce sedimentarie e argillose nell’area di Yellowknife Bay e altrove hanno dato prova della possibile presenza di acqua miliardi di anni fa. «Se la nostra ipotesi regge, possiamo contestare l’idea che caldo e umidità siano stati fenomeni transitori, locali, o presenti solo nel sottosuolo di Marte», ha detto Ashwin Vasavada, scienziato che lavora progetto Curiosity presso il Jet Propulsion Laboratory della NASA a Pasadena. I ricercatori hanno anche avanzato una «spiegazione più radicale, quella secondo cui l’antica e spessa atmosfera abbia portato le temperature sopra lo zero a livello globale» permettendo all’acqua, ghiacciata o sotto forma di neve, di tornare allo stato liquido, «ma finora non sappiamo come e se sia accaduto». Il rover a sei ruote ha il compito di trivellare e studiare le rocce marziane, la loro composizione e le differenze in base all’altitudine e alla profondità. Proprio capire il perché della formazione di questi strati all’interno del Monte Sharp è uno degli obiettivi primari per i ricercatori. I diversi sedimenti – un’alternanza tra depositi lacustri, fluviali e altri portati dal vento – testimoniano la storia del lago marziano più grande e longevo di qualsiasi altro bacino scoperto sul Pianeta rosso. «Stiamo facendo progressi nel risolvere il mistero del Monte Sharp», ha spiegato lo scienziato John Grotzinger, del California Institute of Technology (CALTECH) a Pasadena. «Dove oggi c’è una montagna, potrebbe esserci stata una serie di laghi». Man mano che Curiosity “passeggia” lungo le pendici del Monte Sharp «avremo una serie di indizi su come l’atmosfera, l’acqua e i sedimenti hanno interagito. Potremo capire anche come la chimica abbia cambiato i laghi nel tempo. Questa è un’ipotesi sostenuta da ciò che abbiamo osservato finora e che fornisce un quadro di riferimento per il prossimo anno», ha aggiunto. Il rover della NASA (lanciato nel novembre 2011 nell’ambito della missione Mars Science Laboratory) sta studiando, in queste settimane, gli strati sedimentari più bassi del Monte Sharp, una sezione di roccia a 150 metri di altezza soprannominata formazione Murray, l’unità geologica a cui i ricercatori sono interessati e dove Curiosity è arrivato dopo aver percorso 8 chilometri scattando più di 155.000 immagini. I fiumi hanno portato sabbia e limo all’interno del lago, depositando i sedimenti alla foce del fiume per formare delta simili a quelli trovati sulla Terra. Questo ciclo si è verificato più e più volte. Dopo che il cratere Gale si è riempito per qualche centinaio di metri e i sedimenti si sono induriti fino a trasformarsi in roccia, questi strati sono stati scolpiti nel tempo anche dall’erosione del vento formando, nel corso di milioni di anni, la piccola montagna. «Abbiamo trovato rocce sedimentarie in quelli che abbiamo immaginato essere piccoli e antichi delta di fiume», ha detto Sanjeev Gupta dell’Imperial College di Londra. «Curiosity ha attraversato il confine tra un ambiente solcato da fiumi e un ambiente dominato da laghi». Il rover della NASA è impegnato nella ricerca di antichi ambienti potenzialmente abitabili, in vista anche di una possibile missione umana sul pianeta nel 2030, magari proprio a bordo di Orion Deep Space, la la prima capsula passeggeri americana del dopo “era Shuttle”.
di Eleonora Ferroni (INAF)

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