Sta arrivando il gelido cielo invernale

La notte si allunga, il Sole anticipa sempre più il suo tramonto, e questo ci regala qualche ora in più di osservazione della volta stellata. È così che allo spengersi delle ultime luci del crepuscolo avremo ancora l’opportunità di ammirare brevemente, sull’orizzonte occidentale, alcuni degli astri caratteristici del cielo estivo. Li rammentiamo ancora una volta: possiamo riconoscere il “Triangolo Estivo”, ai cui vertici troviamo le stelle Altair dell’Aquila, Vega della Lira e Deneb del Cigno. Subito dopo il tramonto sarà possibile scorgere anche Ercole, in basso sull’orizzonte a nord ovest. Lungo la fascia zodiacale nelle prime ore della sera possiamo riconoscere il Capricorno e l’Acquario, privi di stelle particolarmente brillanti. Proseguendo verso Sud, troviamo i Pesci e la minuscola costellazione dell’Ariete.
Chi osserva da luoghi con l’orizzonte meridionale privo di ostacoli – in pianura o sul mare – può cimentarsi nel riconoscimento delle costellazioni che si estendono al di sotto dell’eclittica: la Balena e più a ovest, sotto l’Acquario, il Pesce Australe, dove si può facilmente riconoscere una stella brillante, Fomalhaut. Verso est vedremo sorgere le costellazioni zodiacali che domineranno il cielo nell’imminente inverno: prima il Toro e successivamente i Gemelli.
In tarda serata nel cielo orientale si inizieranno a vedere altre costellazioni, prossime protagoniste dei cieli invernali: il Cancro, a sinistra dei Gemelli, e nella seconda parte della notte, il Leone.
Inconfondibili, a sud-est nelle prime ore della notte, le costellazioni di Orione e del Cane Maggiore, con la luminosissima Sirio.
Sopra i Gemelli e il Toro è facilmente identificabile un’altra costellazione che vedremo ben alta in cielo per i prossimi mesi: si tratta dell’Auriga, dalla caratteristica forma a pentagono, in cui uno dei vertici è rappresentato da una delle stelle più luminose della volta celeste, Capella. In prossimità dello zenit, sulla nostra verticale, godono ancora di visibilità ottimale il grande quadrilatero di Pegaso, seguito, verso nord est, da Andromeda e da Perseo e, più vicine al Polo Nord Celeste, la “W” di Cassiopea e il meno appariscente Cefeo. Vale la pena soffermarsi anche sulla piccola costellazione del Triangolo, tra Andromeda e l’Ariete: in essa si trova la Galassia a spirale M33, ben nota a tutti gli astrofili: è la terza componente per importanza del “Gruppo Locale”, la concentrazione di galassie di cui fanno parte la nostra Via Lattea e la notissima Galassia di Andromeda. A settentrione troviamo come sempre l’Orsa Maggiore e l’Orsa Minore, con la Stella Polare immobile ad indicarci il Nord; tra le due Orse possiamo riconoscere il Dragone.
Da Il cielo di novembre 2014 (UAI)

Le costellazioni nel mese di ottobre

Solo nelle prime ore della notte ci sarà ancora l’opportunità di osservare parte delle costellazioni che hanno dominato il cielo estivo. Una volta spente le ultime luci del crepuscolo serale, avremo appena il tempo di vedere ad occidente il tramonto del Bootes con la brillante stella Arturo, subito seguito dall’Ofiuco e da Ercole.
Abbiamo a disposizione qualche ora in più per vedere ancora una volta il “Triangolo Estivo”, del quale ricordiamo i componenti: ai vertici troviamo le stelle Altair dell’AquilaVega della Lira e infine Deneb del Cigno. (si rimanda alle rubriche dei mesi precedenti per le descrizioni più dettagliate delle tre costellazioni).
Lungo l’eclittica cominciano ad apparire ad Est le costellazioni dello zodiaco che vedremo alte in cielo per i successivi mesi dell’Autunno e dell’Inverno: in tarda serata sorgeranno prima il Toro e successivamente i Gemelli.
Ad Ovest, poco dopo il tramonto del Sole, vedremo per l’ultima volta per quest’anno il Sagittario; a Sud – Ovest il Capricorno e l’Acquario, privi di stelle particolarmente brillanti, non offrono punti di riferimento rilevanti. La costellazione dei Pesci è anch’essa poco appariscente, ma la sua posizione, a Sud di quella di Pegaso, ne facilita il ritrovamento sulla volta celeste.
Ancora più ad Est è facile identificare la piccola costellazione zodiacale dell’Ariete. Il grande quadrilatero di Pegaso, il cavallo alato, situato ben alto nel cielo in questa stagione, quasi allo zenit – cioè sulla verticale sopra le nostre teste. Tra Pegaso e la stella polare, quest’ultima come sempre ferma in cielo ad indicare il Nord, troviamo Cassiopea, con la sua inconfondibile forma a “W”, e Cefeo, quest’ultima costellazione un po’ più difficile da riconoscere essendo priva di stelle brillanti.
Dal vertice nord-est del quadrilatero di Pegaso inizia un allineamento di 3 stelle piuttosto luminose: si tratta della costellazione di Andromeda. Proseguendo ancora sullo stesso allineamento, sull’orizzonte nord-orientale, sopra la brillante stella Capella (della costellazione dell’Auriga), possiamo riconoscere il Perseo, con una forma che ricorda una “Y” rovesciata.
Parlando di queste costellazioni, non si può fare a meno di citare due oggetti del cielo tra i più ammirati dagli astrofili. Si tratta di oggetti molto facili da osservare, adatti anche a chi si avvicina per la prima volta all’osservazione astronomica.
Iniziamo con il “Doppio Ammasso del Perseo”: si trova nella zona di cielo tra Perseo e Cassiopea ed è già visibile ad occhio nudo in cieli oscuri e senza Luna, ma diventa spettacolare già con un semplice binocolo. Complessivamente i due ammassi sono costituiti da circa 400 stelle, e distano da noi oltre 7.000 anni luce.
Guardiamo adesso la costellazione di Andromeda: delle 3 stelle più brillanti che troviamo vicino a Pegaso, prendiamo a riferimento quella centrale. Spostiamoci da lì verso Cefeo: con l’aiuto di una mappa, non sarà difficile notare anche con un binocolo (ma in cieli molto bui si può intravedere anche ad occhio nudo) una leggera nebulosità a forma di ellisse schiacciata: è la famosa galassia di Andromeda (M31), omonima della costellazione che la ospita.
Andromeda è la galassia più vicina alla nostra Via Lattea, ma i “grandi numeri” che la caratterizzano non mancheranno di emozionare chi per la prima volta potrà osservarla attraverso un telescopio: si trova comunque alla distanza di circa 2 milioni e mezzo di anni luce (un anno luce è pari a poco meno di 10.000 miliardi di km), ha un diametro di circa 200.000 anni luce secondo le stime più recenti e contiene oltre 100 miliardi di stelle!
Concludiamo il tour del cielo con l’Orsa Maggiore, che in questo periodo troviamo bassa sull’orizzonte settentrionale. Tra le due Orse possiamo riconoscere il Dragone.
Tratto da Il cielo nel mese di Ottobre 2013 di Stefano Simoni (Astronomia.com)

Le costellazioni nel mese di maggio

E’ impossibile non associare il mese di maggio alla bellissima stagione primaverile, quando finalmente si ripongono i cappotti negli armadi e ci si può trattenere fuori anche nelle ore serali, senza battere i denti, ad osservare il cielo ad occhio nudo. Alte nel cielo, in direzione sud, le costellazioni del Leone e della Vergine, tra le più estese dello zodiaco, dominano la volta celeste.
Quest’ultima è un’ampia costellazione zodiacale le cui stelle più luminose disegnano una evidente Y. Gli oggetti celesti più importanti visibili ad occhio nudo che costituiscono tale costellazione, o che si trovano in corrispondenza di essa, sono Alpha Virginis, nota come Spica, la quindicesima stella apparentemente più luminosa del cielo che marca la base della Y. Poi c’è l’Ammasso di Galassie della Vergine che riempie quasi totalmente la parte superiore della Y; questo ricco ammasso contiene almeno 2.500 galassie di diverso tipo, dalle spirali alle ellittiche, e si trova a circa 60 milioni di anni luce da noi.
Sotto la Vergine possiamo riconoscere le costellazioni, di dimensioni decisamente minori, del Corvo e del Cratere. Le stelle più brillanti le troviamo più a Nord-Est; Arturo, nel Bootes, la costellazione del “pastore guardiano” delle due orse, e la stella Vega della Lira che dominerà i cieli estivi.
Continua il periodo di visibilità ottimale per l’Orsa Maggiore, che si trova praticamente allo zenit. Unico punto fisso della volta celeste – almeno in prima approssimazione – la stella polare  nell’Orsa Minore ci indica la direzione del Nord. Queste due costellazioni sono strettamente legate anche nella leggenda greca che narra della trasformazione in orse della ninfa Callisto e del figlio Arcade ad opera di Giunone, gelosa delle attenzioni di Zeus verso la bella Callisto. Per proteggerle dai cacciatori, Zeus decise quindi di porle in cielo, ma facendole ruotare intorno al polo celeste per non perderle mai di vista.
Tra le due Orse si snoda, sinuosa come un serpente, la lunga costellazione del Dragone. Al centro del triangolo formato da Orsa Maggiore, Leone e Bootes, possiamo riconoscere le piccole costellazioni dei Cani da Caccia e della Chioma di Berenice. Il suo mito è legato ad un personaggio storico realmente esistito. Berenice era infatti la moglie di Tolomeo III Euergete, re d’Egitto (III secolo a.C.), della dinastia dei Tolomei, la cui più nota esponente, nonché ultima discendente, fu la famosissima Cleopatra.
Nelle prime ore della sera, basse sull’orizzonte occidentale, c’è ancora il tempo di ammirare alcune delle costellazioni che sono state protagoniste dei cieli invernali, in particolare l’Auriga, i Gemelli e, un po’ più in alto, la debole costellazione del Cancro. In tarda serata vedremo invece sorgere in successione a Sud-Est la Bilancia, lo Scorpione, l’Ofiuco e il Sagittario.
Sopra l’Ofiuco possiamo riconoscere la Corona Boreale e la costellazione diErcole. La panoramica della volta celeste si conclude a settentrione, sotto l’Orsa Minore, con Cassiopea e Cefeo.
A Nord-Est cominciano ad affacciarsi a notte inoltrata la già citata Lira, il Cigno e l’Aquila, che si accingono a diventare le protagoniste del cielo estivo.
Tratto da Astronomia.com

Il passaggio di 2012 DA14

Attesissimo ormai da mesi, il piccolo asteroide 2012 DA14 ha stabilito il record di massimo avvicinamento al nostro pianeta per oggetti di dimensioni pari o superiori a qualche decina di metri. Il 15 febbraio scorso, alle 21.25 (ora italiana) è passato infatti 27743 Km al di sopra dell’Indonesia, attraversando i margini della “nuvola” di 15.000 oggetti, tra satelliti e detriti spaziali, che orbitano la regione di spazio circumterrestre, senza procurare danni, nè diretti nè indiretti (il satellite più vicino se l’è visto passare a 1950 Km di distanza); l’asteroide si è poi tranquillamente allontanato dal Sistema Terra – Luna, dopo avervi trascorso 33 ore in tutto.
Il minuscolo pianetino ha raggiunto una magnitudine massima di +7,2, muovendosi dalla Vergine in direzione dell’Orsa Minore alla velocità di 0,8° al minuto.
Infine a seguito della migliore definizione degli elementi orbitali, il pianetino è stato cancellato dalla lista degli oggetti potenzialmente pericolosi per il nostro pianeta, almeno per ciò che riguarda gli avvicinamenti futuri del 15 febbraio 2046 e 16 febbraio 2123.
Tratto da Coelum 169/2013 pagina 53

La Vergine e il Leone dominano la volta celeste

E’ impossibile non associare il mese di maggio alla bellissima stagione primaverile, quando finalmente si ripongono i cappotti negli armadi e ci si può trattenere fuori anche nelle ore serali, senza battere i denti, ad osservare il cielo ad occhio nudo. Alte nel cielo, in direzione sud, le costellazioni del Leone e dellaVergine, tra le più estese dello zodiaco, dominano la volta celeste.
Quest’ultima è un’ampia costellazione zodiacale le cui stelle più luminose disegnano una evidente Y. Gli oggetti celesti più importanti visibili ad occhio nudo che costituiscono tale costellazione, o che si trovano in corrispondenza di essa, sono Alpha Virginis, nota come Spica, la quindicesima stella apparentemente più luminosa del cielo che marca la base della Y. Poi c’è l’Ammasso di Galassie della Vergine che riempie quasi totalmente la parte superiore della Y; questo ricco ammasso contiene almeno 2.500 galassie di diverso tipo, dalle spirali alle ellittiche, e si trova a circa 60 milioni di anni luce da noi.
Sotto la Vergine possiamo riconoscere le costellazioni, di dimensioni decisamente minori, del Corvo e del Cratere. Le stelle più brillanti le troviamo più a Nord-Est; Arturo, nel Bootes, la costellazione del “pastore guardiano” delle due orse, e la stella Vega della Lira che dominerà i cieli estivi.
Continua il periodo di visibilità ottimale per l’Orsa Maggiore, che si trova praticamente allo zenit. Unico punto fisso della volta celeste – almeno in prima approssimazione – la stella polare (come trovarla?) nell’Orsa Minore ci indica la direzione del Nord. Queste due costellazioni sono strettamente legate anche nella leggenda greca che narra della trasformazione in orse della ninfa Callisto e del figlio Arcade ad opera di Giunone, gelosa delle attenzioni di Zeus verso la bella Callisto. Per proteggerle dai cacciatori, Zeus decise quindi di porle in cielo, ma facendole ruotare intorno al polo celeste per non perderle mai di vista. Tra le due Orse si snoda, sinuosa come un serpente, la lunga costellazione delDragone. Al centro del triangolo formato da Orsa Maggiore, Leone e Bootes, possiamo riconoscere le piccole costellazioni dei Cani da Caccia e della Chioma di Berenice. Il suo mito è legato ad un personaggio storico realmente esistito. Berenice era infatti la moglie di Tolomeo III Euergete, re d’Egitto (III secolo a.C.), della dinastia dei Tolomei, la cui più nota esponente, nonché ultima discendente, fu la famosissima Cleopatra.
Nelle prime ore della sera, basse sull’orizzonte occidentale, c’è ancora il tempo di ammirare alcune delle costellazioni che sono state protagoniste dei cieli invernali, in particolare l’Auriga, i Gemelli e, un po’ più in alto, la debole costellazione del Cancro. In tarda serata vedremo invece sorgere in successione a Sud-Est la Bilancia, lo Scorpione, l’Ofiuco e il Sagittario.
Sopra l’Ofiuco possiamo riconoscere la Corona Boreale e la costellazione diErcole. La panoramica della volta celeste si conclude a settentrione, sotto l’Orsa Minore, con Cassiopea e Cefeo.
A Nord-Est cominciano ad affacciarsi a notte inoltrata la già citata Lira, il Cigno e l’Aquila, che si accingono a diventare le protagoniste del cielo estivo.
Fonte Astronomia.com

Un giretto (senza pretese) fra le costellazioni circumpolari

Oggi mi sono divertita a giocare con il libro di Piero Bianucci “Stella per stella”, un viaggio nelle costellazioni, una vera e propria guida turistica per chi è interessato a scoprire i segreti dell’universo.
Cominciando dalle costellazioni circumpolari (che non tramontano mai) alla latitudine dell’Italia ho individuato per ognuna un oggetto (non sempre famoso) ma che in qualche modo ha attirato la mia curiosità. Ricordo che alla nostra latitudine le costellazioni circumpolari sono sei: Orsa Maggiore, Orsa Minore, Cassiopea, Cefeo, Drago e Giraffa.
Per quanto riguarda l’Orsa Minore parlerò di Kochab, ovvero beta UMi che tremila anni fa era la stella brillante più vicina al polo. Di seconda magnitudine ma un po’ meno luminosa della Polare, Kochab si trova a circa un centinaio di anni luce e si allontana da noi alla velocità di 18 Km/s. Brilla come 130 Soli ed è di classe K, quindi ha un colore giallo – arancione.
Kochab è dunque una gigante arancione e si trova a 16 gradi dalla stella Polare. La temperatura superficiale è di 4190 K.
Passando all’Orsa Maggiore, due gradi e mezzo a sud est da Beta Ursae Majoris ecco M 97 detta “nebulosa del gufo” perché in effetti ricorda la testa di questo uccello: è un dischetto chiaro molto evanescente del diametro di 3’20” nel quale si distinguono due piccole cavità scure che possono assomigliare agli occhi di un gufo e un addensamento centrale al posto del becco. M 97 è una delle più estese e vicine nebulose planetarie. La scoperta risale a Méchain che nel 1781 la descrisse come “un oggetto difficile a vedersi, dalla luce fioca, senza stelle”. Fu Lord Rosse nel 1848 a distinguere le due cavità oscure  e a parlare della somiglianza con la testa di un Gufo. Come tutte le nebulose planetarie anche M 97 testimonia il dramma di una stella giunta all’esaurimento delle sue scorte di energia e quindi collassata in una minuscola nana bianca. Nel collasso gli strati superficiali della stella vengono espulsi e vanno a formare la nebulosa. In questo caso la stella collassata è di magnitudine 14 e può essere scorta al centro del dischetto chiaro con un telescopio di almeno 30 centimetri. Il suo diametro dovrebbe essere almeno il 4 per cento di quello del Sole, la massa il 15 per cento. La sua superficie è molto calda: 85000° centigradi tanto che la magnitudine assoluta risulta superiore di mezza magnitudine a quella del Sole nonostante le dimensioni siano tanto inferiori.
Nel novembre del  1572 una stella nuova apparve nella costellazione di Cassiopea, rimanendo per alcuni mesi più brillante di Venere. Deve il suo nome al grande astronomo danese Tycho Brahe, che la studiò a fondo arrivando alla conclusione sconvolgente per l’epoca che la stella nuova doveva appartenere al cielo più lontano, quello delle stelle fisse, fino ad allora ritenuto immutabile. Oggi la supernova di Tycho, residuo della stella esplosa nel 1572, è una bolla di gas alla temperatura di alcuni milioni di gradi che si espande nello spazio alla velocità  di milioni di chilometri all’ora.
Studi più recenti fatti con i radiotelescopi indicano che la supernova di Tycho (localizzata 1° 30’ da Kappa Cassiopeiae) si trova ad una distanza di oltre 10 mila anni luce: ciò significa che nel parossismo esplosivo raggiunse una luminosità pari a 300 milioni di stelle come il Sole. Si tratta in assoluto dell’oggetto più brillante di cui si abbia notizia nella nostra Galassia. La magnitudine assoluta raggiunta dalla supernova di Tycho fu -16,5; collocata ad una distanza di 32 anni luce sarebbe apparsa 40 volte più  luminosa della Luna piena. Nel 1937 appare una supernova nella galassia IC 4182 che toccò la magnitudine -18,2, qualcosa come un miliardo e seicento milioni di Soli.
AG Draconis è una stellina apparentemente trascurabile tra la nona e la decima magnitudine a circa 7° lungo l’allineamento di beta e gamma dell’Orsa Maggiore; merita però attenzione perché appartiene alla curiosa classe delle “stelle simbiotiche”. Si tratta di una convivenza fra due stelle e una nebulosa che deriva da materia dispersa nello spazio dagli astri stessi. Lo spettro è quello di una stella rossa molto fredda con le tipiche righe di assorbimento dell’ossido di titanio, alle quali si sovrappongono righe di emissione dell’idrogeno, dell’elio, dell’ossigeno, caratteristica tipica di molte nebulose. Poiché la stella rossa non è in grado di scaldare la nebulosa fino a farle emettere queste righe spettrali bisogna supporre l’esistenza di una stella nana blu troppo debole per essere visibile nell’ottico. Inoltre AG Draconis è lievemente variabile con un periodo di 554 giorni e va soggetta a ricorrenti esplosioni che ne fanno aumentare la luminosità anche di quattro volte.
Pare che il modello possa essere questo: la stella principale è una gigante rossa che perde grandi quantità di materia sotto forma di vento stellare o per un risucchio gravitazionale prodotto dalla stella blu, molto vicina. Una parte di materia si distribuisce su un doppio disco a forma di ottovolante  molto esteso e spiraleggiando si riscalda a più di 100 mila gradi. I venti stellari delle due componenti si scontrano in una regione intermedia e qui vengono emessi raggi X. Tra le stelle simbiotiche infatti AG Draconis è la più intensa sorgente X conosciuta.
Arrivati al Cefeo non possiamo non accennare alla famosa Delta Cephei che da il nome alla categoria delle Cefeidi ed è una delle stelle variabili più famose e più importanti della storia dell’astronomia in quanto ha permesso di valutare le distanze di oggetti molto remoti dove il metodo trigonometrico della parallasse non può assolutamente arrivare.
Detto questo puntiamo lo sguardo su Mu Chephei, chiamata da Herschel la “stella granata”. Varia tra le magnitudini 3,7 e 5 con un periodo piuttosto irregolare intorno ai 755 giorni. Fisicamente è una stella assimilabile alla gigante rossa Betelgeuse. Nel suo spettro sono insolitamente forti le righe di assorbimento del vapore acqueo.
Mu Cephei è una supergigante rossa di tipo spettrale M2 Ia, le cui dimensioni sono colossali: possiede infatti un raggio 1420 volte quello del Sole, e se si trovasse al suo posto, occuperebbe tutto lo spazio fino alle orbite di Giove e Saturno. Si conoscono solo sette stelle più grandi, tra quelle di cui è stato possibile stimare il raggio e comunque è l’astro più grande che sia possibile vedere ad occhio nudo sia pur non facilmente.
La stella si trova nelle ultime fasi della sua evoluzione: ha iniziato a fondere l’elio in carbonio, dopo aver cessato la normale fusione di idrogeno in elio. È prevedibile che la sua vita durerà ancora alcuni milioni di anni, al termine dei quali probabilmente esploderà, a causa della sua massa pari a 25 volte quella del Sole, in supernova, che illuminerà brevemente i cieli della Terra con un’intensità pari quasi a quella della luna piena.
E per concludere questa nostra scorribanda fra gli oggetti delle costellazioni circumpolari ecco a voi S e Z Camelopardalis.
S Cam è una stella pulsante a lungo periodo scoperta da Epsin nel 1891. In 326 giorni oscilla tra la magnitudine 8 e la 10,3. Il suo spettro presenta forti righe del carbonio. La curva di luce è abbastanza particolare perché l’ascesa al massimo richiede un centinaio di giorni segue un massimo prolungato (quasi altrettanto) e si ha poi un graduale ritorno al minimo. In genere invece si ha una rapida ascesa al massimo e poi un lento declino. Se la distanza stimata in circa 2800 anni luce è esatta quando è al culmine della sua luminosità S Camelopardalis brilla 400 volte più del Sole. Il suo diametro dovrebbe aggirarsi sui 300 milioni di chilometri: collocata al centro del Sistema Solare arriverebbe a metà strada fra l’orbita di Marte e quella di Giove.
Z Cam è un’altra stella atipica scoperta nel 1904. E può essere considerata una nova nana o una variabile eruttiva in quanto presenta irregolari fasi esplosive che la fanno salire dalla magnitudine 13 alla 10. Le stelle Z Cam sono una sottoclasse delle stelle U Gem. La loro particolarità consiste nel fatto che, dopo un’esplosione, non ritornano alla normalità, ma restano su valori intermedi tra massimo e minimo per alcuni cicli. Questi cicli durano da 10 a 40 giorni.

La Stella Polare sta lentamente “dimagrendo”?

La Stella Polare (alfa Ursae Minoris) è la stella più luminosa e più nota della costellazione dell’Orsa Minore; si tratta di una stella gialla di magnitudine 1,97. E’ classificata come variabile Cefeide, con cambiamenti molto piccoli della sua luminosità dovuti a variazioni periodiche delle sue dimensioni.
Adesso, secondo le conclusioni di un recente studio, che si basa sull’analisi di più di 160 anni di osservazioni, la stella, che da secoli rappresenta il punto di riferimento principale per orientarci sul nostro pianeta, starebbe subendo una lenta diminuzione della sua massa. L’interpretazione dei dati suggerisce che la Stella Polare sta perdendo circa 1 massa terrestre di materia ogni anno. Altri ricercatori sono però più cauti nel trarre conclusioni definitive, dato che queste dipendono da assunti non certissimi riguardo alla fase evolutiva in cui attualmente si trova la stella e alla sua distanza da noi. La particolarità di questa stella è il fatto che si trova quasi perfettamente allineata con l’asse terrestre. Questo significa che mentre le altre stelle si spostano nel cielo notturno a causa della rotazione del nostro pianeta, la stella polare indica sempre lo stesso punto: il Nord. La Stella Polare varia la sua luminosità ad intervalli regolari di circa 4 giorni. Come tutte le stelle, anche questa è composta di strati di gas che circondano un nucleo dove ha luogo la fusione termonucleare di elementi via via più pesanti. Mentre la gravità tende ad attirare gli strati più esterni verso il centro, la stella sviluppa uno strato più opaco poco sotto la superficie che non lascia passare facilmente l’energia sotto forma di radiazione proveniente dal nucleo, e questo fa diminuire la sua luminosità. Ma poi lo strato opaco si riscalda e si espande, diventando trasparente. La stella diventa così più luminosa fino a quando gli strati più esterni di gas non ricadono verso l’interno ed il ciclo riprende.
Ma questa pulsazione di 4 giorni non è costante: nel 1844, aveva una durata di 12 minuti inferiore a quella odierna e l’analisi delle osservazioni effettuate da allora hanno mostrato che le pulsazioni della Stella Polare rallentano di circa 4,5 secondo ogni anno.
Questo cambiamento continuo sta a significare che deve esserci un’evoluzione nella struttura della stella. Se la Stella Polare è una stella vecchia che sta fondendo già atomi di elio nel suo nucleo, allora, secondo le previsioni dei modelli dell’evoluzione stellare, le pulsazioni stanno diminuendo troppo velocemente. Solo se una stella sta perdendo moltissima massa questa discrepanza può essere risolta. Questa massa potrebbe venir dispersa dalla superficie della Stella Polare a ondate, spinte verso l’esterno attraverso lo strato più opaco, e questa perdita di massa rallenterebbe il tempo tra una pulsazione e l’altra. Per spiegare questo andamento, l’espulsione di massa dovrebbe essere pari a quella della Terra (o poco meno di un 1 milionesimo della sua massa) ogni anno.
Ma non c’è il pericolo che il nostro faro cosmico si stia spegnendo. E’ molto probabile, infatti, che la perdita di massa sia episodica.
Ma questa non è l’unica possibile interpretazione dell’aumento del periodo di pulsazione. Questo fenomeno potrebbe, infatti, essere spiegato dagli attuali modelli senza scomodare la perdita di una massa pari a quella della Terra ogni anno. Basta assumere che la stella sia in una fase più recente della sua evoluzione. Anziché essere nella fase in cui già fonde l’elio, potrebbe essere in quella in cui l’idrogeno nel suo nucleo è sulla via dell’esaurimento e la stella sta per gonfiarsi e diventare una gigante rossa.
Per risolvere questo enigma, però, è necessario conoscere con più precisione la distanza della stella da noi. Secondo le stime più recenti effettuate dal satellite astrometrico Hipparcos, si troverebbe a circa 433 anni luce da noi, supportando così la prima ipotesi. Se invece si trovasse ad una distanza di circa 100 anni luce inferiore a questo valore verrebbe convalidata la seconda. Per determinare con certezza la distanza corretta, bisognerà attendere che l’occhio del telescopio spaziale Hubble si rivolga in quella direzione, oppure aspettare l’entrata in funzione del suo successore, il telescopio spaziale James Webb da 6,5 metri di apertura, che dovrebbe iniziare la sua attività nel 2018.
Mario Di Martino (Focus.it)

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